Politica

A vent'anni da "Mani Pulite"

Un intervento del consigliere provinciale dell'IDV, Giuseppe Gentile, a vent'anni dall'inizio dell'indagine su politica e corruzione.

22/02/2012
di La Redazione


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Una nota dell'avvocato Giuseppe Gentile, consigliere provinciale e comunale dell'Italia dei Valori, in occasione dell'anniversario dell'avvio dell'inchiesta giudiziaria che sconvolse il quadro politico italiano mettendo in evidenza quanto la corruzione inquinasse (e inquina) a tutti i livelli la politica italiana.

Alla ipotetica domanda “quante ragioni dalla sua ha la lotta alla corruzione di vincere ” verrebbe, ahimè, da rispondere, quasi certamente, “nessuna”.

Del resto, soltanto ieri, nella sua autorevolezza, la tranciante relazione del Presidente della Corte dei Conti è pervenuta sul tema a conclusioni sconfortanti,

dipingendo un quadro a tinte foschissime della devastante contaminazione corruttiva dei pubblici apparati.

A vent’anni da mani pulite nessuna volontà concreta di contrasto alla corruzione è stata espressa, con le debite lodevoli eccezioni, da parte della classe politica a guida del nostro Paese. Non c’era, peraltro, da coltivare al riguardo particolari illusioni, sol che si consideri che parte consistente del nostro ceto politico, direttamente o indirettamente, risulta attinta da iniziative della Magistratura inquirente atte a scoperchiare forme di grave corruttela.

Quanto vado argomentando, naturalmente, sconta la personale consapevolezza della perfetta distinzione di atti posti in essere dai pubblici uffici in assoluta buona fede, ancorché travalicanti i limiti ordinamentali, e quelli, invece, intenzionalmente adottati, contro i doveri d’ufficio, per personale utilità.

Il pessimismo, che attraversa le mie personali riflessioni sull’argomento, origina esclusivamente dalla constatazione di un vistoso arretramento civico della capacità di vigilanza democratica su ogni forma di corruzione che compromette irreversibilmente il corretto esercizio delle funzioni pubbliche nella loro preordinata finalizzazione a servire il bene comune.

Non scorgo, infatti, alle viste, alcun rigurgito di riscatto civile da parte di un Paese che ha bisogno di ritrovare quanto prima un sano spirito pubblico; il che passa, innanzitutto, attraverso la capacità di esercitare un effettivo controllo democratico sui pubblici poteri.

Ma questo non potrà realizzarsi se si continuano ancora a comprare interi pacchetti di voti per alterare gli equilibri delle competizioni elettive tanto all’interno dei partiti che all’interno delle istituzioni; e tutto questo, magari, in cambio di una promessa, peraltro quasi sempre disattesa, di un posto di lavoro per il proprio figlio o parente o amico che sia.

Quanto ci costa, tuttavia, la corruzione degli apparati pubblici, sembra essere un capitolo che ci lascia sorprendentemente indifferenti; sol perché, all’apparenza, aver comprato, con mazzette varie, un pubblico funzionario o un amministratore, sembra non toccare la nostra privata dimensione. Così non è, invece, all’evidenza, perché il mercimonio delle cariche e delle funzioni pubbliche ci riguarda da vicino, molto più di quanto pensiamo.

Alle falle della desolante corruttela pubblica siamo chiamati, infatti, a porre riparo noi attraverso il concorso della fiscalità; un appalto, turbato nelle regole dei liberi incanti, o l’affidamento di un servizio sulla base di atti corruttivi è destinato a costarci in termini non solo economici, ma di qualità, oltre a ferire irreparabilmente i canoni legali della fisiologica competizione di mercato.

Tutto questo porta a veder premiate ditte scaltre e versate all’illecito e, ahimè, per converso, penalizzate quelle imprese che agiscono sul mercato nel pieno rispetto delle regole.

Che si possa porre un argine a tale desolante situazione, ho detto all’inizio essere arduo, perché è la storia ad autorizzare conclusioni pessimistiche.

Ma, come in tutte le vicende della vita umana, la speranza è l’ultima a morire e, dunque, è lecito attendersi lo schiudersi di una prospettiva nella quale abbia finalmente corso la ricostruzione di un nuovo diritto di cittadinanza che faccia veramente premio sulla condizione di vera e propria sudditanza che da molti anni e oggi, vieppiù, identifica la relazione tra i cittadini e i pubblici poteri; condizione di sudditanza rafforzata anche dal servilismo di un’informazione che, salve rarissime eccezioni, appare sempre più zerbino dei potentati economici e politici nonché di quelle strutture di controllo (anche qui valgono le debite eccezioni) che si mostrano totalmente asservite ai pubblici poteri (sui quali dovrebbero esercitare ogni vigilanza in termini di legalità) da cui promanano, obbedendo, volta a volta, ai voleri del regnante di turno.

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