Il fatto

Criminalità organizzata barese ancora attiva su Cassano: il rapporto della DIA

Cassano si conferma paese non impermeabile alle infiltrazioni dei clan della camorra barese: è quanto scrive la Direzione Investigativa Antimafia nella sua relazione riferita al primo semestre del 2020

Cronaca
Cassano martedì 06 aprile 2021
di Gianni Spina
DIA - Direzione Investigativa Antimafia
DIA - Direzione Investigativa Antimafia © nc

Cassano si conferma paese non impermeabile alle infiltrazioni della criminalità organizzata barese.

È quanto scrive la Direzione Investigativa Antimafia nella sua relazione riferita al primo semestre del 2020 e trasmessa dal Ministro dell'Interno al Parlamento.

L’organismo investigativo con compiti di contrasto alla criminalità organizzata di stampo mafioso in Italia ribadisce, ancora una volta, la presenza a Cassano di una articolazione del clan Stramaglia, particolarmente attiva nei reati contro il patrimonio e nel traffico di droga.

Un radicamento, quello del clan di Valenzano nella “perla delle Murge Baresi”, messo in evidenza già da storiche operazioni contro la criminalità organizzata pugliese, come quella denominata “Hinterland”.

«In provincia di Bari - si legge nel rapporto degli investigatori - la stretta contiguità territoriale e la comunanza di interessi con le grandi consorterie mafiose del capoluogo continuano a caratterizzare le vicende criminali dei gruppi operanti in provincia, dove il controllo, a cura delle maggiori strutture mafiose del capoluogo, si esercita attraverso fidati referenti e veri e propri riti di affiliazione. Al pari dei sodalizi cittadini, anche i clan locali dimostrano una particolare propensione a rigenerarsi continuamente nonostante l’incessante azione repressiva dello Stato. I sodalizi del capoluogo, benché fortemente colpiti dalle loro alterne vicende storiche e giudiziarie, cercano di riorganizzarsi nella provincia per assumere il predominio nel controllo del territorio, dimostrando di avere ampie capacità di inquinare taluni apparati istituzionali».

Dalle indagini - spiega la DIA - risulta che questa articolazione cassanese si sarebbe messa in affari con soggetti baresi del clan Fiore – Risoli, attivi nei quartieri San Pasquale, Carrassi e Poggiofranco di Bari.

I Fiore – Risoli sono un gruppo contiguo ai Parisi, storica consorteria criminale del quartiere Japigia di Bari, che insieme ai Capriati, agli Strisciuglio e ai Mercante-Diomede dominano in questo momento la scena criminale del capoluogo, da sempre caratterizzata da una “frammentarietà strutturale” e «dove si conferma l’esistenza di una struttura orizzontale di tipo camorristico in cui i sodalizi presenti, seppur privi di una visione strategica unitaria e di un vertice condiviso, risultano capaci di progredire e di insinuarsi nei centri nevralgici del tessuto sociale e produttivo, dando corpo a un notevolissimo volume di affari in ogni settore criminale e non».

Che il gruppo cassanese abbia un ruolo nelle strategie criminali della camorra barese è confermato dal fatto – scrive la Direzione Investigativa Antimafia nel suo rapporto - che un pregiudicato di Cassano farebbe da collegamento tra elementi del gruppo Fiore-Risoli di Bari con il gruppo criminale Mangione-Loglisci di Gravina, molto attivo nel settore degli stupefacenti.

Proprio i traffici di droga continuano a costituire la principale fonte di introiti per i clan della provincia nel cui ambito dimostrano «particolare spregiudicatezza e, se del caso, efferatezza», senza escludere «proficue collaborazioni con le consorterie albanesi».

Ma il territorio della provincia di Bari – si legge ancora nel rapporto - continua a essere interessato da rapine riconducibili tanto a eventi isolati quanto a «un vero e proprio metodo di approvvigionamento di liquidità ben collaudato dalle organizzazioni delinquenziali». «Tuttavia, in un momento storico connotato dall’emergenza pandemica, che ha visto la chiusura quasi totale di tutte le attività commerciali non essenziali e una forte restrizione della circolazione dei cittadini, il fenomeno ha subito una rilevante flessione come accaduto anche per gli altri reati predatori. Da una siffatta situazione è emersa la tendenza della locale criminalità a fronteggiare le criticità del periodo storico indirizzando la propria azione prevalentemente nei confronti dei settori esclusi dal lockdown, in particolare quello della filiera agroalimentare, compresa la distribuzione e il trasporto».

Guardando alla situazione nazionale, sopratutto in relazione alla pandemia, per la Direzione Investigativa Antimafia «l’analisi dell’andamento della delittuosità riferita al periodo del lockdown ha mostrato che le organizzazioni mafiose, a conferma di quanto previsto, si sono mosse con una strategia tesa a consolidare il controllo del territorio, ritenuto elemento fondamentale per la loro stessa sopravvivenza e condizione imprescindibile per qualsiasi strategia criminale di accumulo di ricchezza. Controllo del territorio e disponibilità di liquidità che potrebbero rivelarsi finalizzati ad incrementare il consenso sociale anche attraverso forme di assistenzialismo a privati e imprese in difficoltà. Si prospetta di conseguenza il rischio che le attività imprenditoriali medio-piccole (ossia quel reticolo sociale e commerciale su cui si regge principalmente l’economia del sistema nazionale) vengano fagocitate nel medio tempo dalla criminalità, diventando strumento per riciclare e reimpiegare capitali illeciti».

Il numero dei reati commessi da aprile a settembre 2020 mostra che «a fronte di una fisiologica diminuzione di alcuni reati (ricettazione, contraffazione, rapine, etc.), trend, quest’ultimo, in linea con la forzata chiusura della mobilità sociale e produttiva, si è assistito all’aumento di altri reati - come lo spaccio di stupefacenti e il contrabbando - espressivi del controllo del territorio da parte delle consorterie, le quali sono riuscite a rimodulare la propria operatività in questi settori. Analoghe considerazioni possono essere effettuate per i reati di estorsione e usura, che hanno visto solo una leggera flessione rispetto al passato. Ciò in quanto, come detto, i sodalizi si sarebbero inizialmente proposti alle imprese in difficoltà quale forma di welfare sociale alternativo alle istituzioni, salvo poi adottare le tradizionali condotte intimidatorie finalizzate ad acquisire il successivo controllo di quelle stesse attività economiche. La capacità di infiltrazione delle mafie e di imprenditori senza scrupoli nella pubblica amministrazione, anche in questo momento di crisi, emerge chiaramente con l’andamento dei reati di induzione indebita a dare o promettere utilità, traffico di influenze illecite e frodi nelle pubbliche forniture, tutti in aumento rispetto allo stesso periodo del 2019».

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